Una secondogenita racconta il suo legame con la sorella maggiore: dinamiche familiari, comportamenti mixati a peculiarità caratteriali, sostegno morale e scolastico.

02.07.2015 19:20

La famiglia è il primo nucleo socio-affettivo nel quale con la nascita del primo figlio si crea quel “filo” unico e speciale fatto di affetto, attenzione, responsabilità, impegno. Quando al primo figlio subentra il secondo, ecco “materializzarsi” un nuovo affetto che nel tempo creerà un legame, “apripista” per future interazioni extra-familiari e cioè il rapporto tra sorelle e/o fratelli o misto.

Per meglio comprendere la “materialità” del rapporto fraterno, riporto la testimonianza dalla “viva voce” di una ragazza (maggiorenne, ma per rispetto della privacy e a sua tutela la chiamerò Alexia, nome di fantasia) che, nel corso di una consulenza educativa e di orientamento, mi parlò delle dinamiche intra-familiari e della sorella. Quello che segue è il suo breve racconto.

 

 

“Dal giorno in cui sono nata fino a oggi, mia sorella è stata (e lo sarà sempre) il mio costante punto di riferimento: senza di lei, la mia vita sarebbe vuota e priva di senso. Si sa, tra sorelle ci si vuol bene, si condividono gioie e dolori, si litiga per futili motivi ma, alla fine si perdona e tutto scorre normale. Posso ben dire che, a differenza di tanti fratelli e sorelle, la mia non se n’è lavata le mani, mi ha sempre seguito, a parte volermi un gran bene, certe volte perdeva la pazienza per colpa mia e quando dalla rabbia la riempivo di parole “colorite”, ciò mi dispiaceva assai, perché non se lo meritava e rimaneva una settimana senza parlarmi e comunque sapevo come farmi perdonare e ottenerlo era una vera impresa! Nel corso della mia crescita ho costatato il senso di protezione e massima responsabilità quando uscivamo insieme per la città o l’andare al mare: sempre in allerta. Dal punto di vista scolastico, purtroppo non ci son stati i risultati che la mia famiglia sperava, mia sorella cercava di aiutarmi ma, non le davo ascolto, questa è stata la mia rovina: forse a quest'ora sarei stata una persona più valida e con più “sale in zucca”. Mia sorella ha sempre avuto un carattere introverso, tranquillo e rispettoso del genitore, a differenza di me che sono sempre stata testarda e ribelle: lei ha realizzato i suoi progetti personali (è sposata) e di studio (è laureata). Posso ben dire che, almeno lei a differenza di mia madre, ha sempre incoraggiato (tutt’ora) a “tirar fuori” la parte migliore di me e “usarla” per qualcosa di produttivo (spronandomi a seguire corsi formativi, ad es.: informatica per pc, assistente familiare), mentre il genitore ha sempre sottostimato con critiche poco positive e continui paragoni con altri. Si dovrebbe invece, costruire un rapporto fatto di complicità e dialogo e il legame affettivo creato con mia sorella ne è un esempio. Non voglio criticare mia madre, che ha dedicato la sua vita alla famiglia, facendo molto per noi, ma è il suo modo di rapportarsi con me, che disapprovo: per nulla incentivante. Mia sorella invece riesce a tenerle testa e a “scrollarsi” discorsi poco edificanti. So per certo che, dietro i continui discorsi che mia sorella mi ha propinato nel corso degli anni, ci sia un gran bene, perché altrimenti sprecar fiato inutilmente? A colei che ha seguito i miei primi passi, voglio molto bene e via telefono ci si sente qualche volta: ora è sposata con una sua famiglia da gestire. Pur vedendoci poco, è sempre nel mio cuore e ciò rafforza il nostro legame. Termino la mia testimonianza, affermando che, mia sorella è la n°1 e vorrei essere come lei, almeno nel carattere.

Un saluto,

Alexia”

 

Riflessione:

Da questa testimonianza emerge un rapporto tra sorelle complice e alla pari rispetto al rapporto con la madre, con la quale le interazioni se presenti, sono poco costruttive. Notare il termine genitore dopo madre: sinonimo di una distanza caratteriale mista a divergenze, che “rispecchiano” una difficoltà a interagire tra le mura domestiche. Alexia mi raccontava che, con la madre non ci sono grandi slanci affettivi, si dialoga quel poco che serve per il quieto vivere: è un genitore che memore del suo vissuto giovanile “scarica” le aspettative non soddisfatte nelle figlie, dimenticando che, non sono “estensioni” della sua persona ma individui con proprie e diverse inclinazioni. Non sorprende che, “distanziandosi” dalla madre, Alexia trovi appoggio e conforto nella sorella, che agisce con responsabilità da genitore, andando a incoraggiarla per lo studio e “produrre” qualcosa di buono.  Come si può notare, non si menziona la figura paterna: il padre è stato poco presente per via del suo lavoro, che lo portava lontano da casa e le poche volte che c’era, il dialogo e di riflesso i comportamenti con Alexia erano come quello materno: essenziali per il quieto vivere. La sorella di Alexia pur con una vita personale non smette mai di incoraggiarla e nonostante il carattere di Alexia sia difficile, l’affetto tra loro è più forte che mai.

 

- Ringrazio Alexia per la sua testimonianza e aver acconsentito (solo per il tema dell’articolo) alla pubblicazione del suo racconto con nome di fantasia, su espressa richiesta.

Dott. ssa Silvia Ferrari

Pedagogista

 

Bibliografia tematica di approfondimento.

 

- Laura Romi (a cura di), “Scenari dei legami fraterni”, Ed. Le Lettere

 

- Prophecy Coles, “Le relazioni fraterne nella psicoanalisi”, Ed. Astrolabio

 

- Judy Denn, “Sorelle e fratelli”, Armando Editore

 

- Marcel Rufo, “Fratelli e sorelle – Una malattia d’amore”, Feltrinelli.

 

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