Puericultura in famiglia: tra le culle della vita il mio lavoro in corsia.

15.01.2017 01:00

Per “Dialogica Educativa” ho intervistato mia madre, ex infermiera pediatrica. Lo spunto me l’ha fornito quest'articolo sui nati prematuri www.laretedellemamme.it/index.php/storie/storie-di-mamme/683-mio-figlio-pesava-meno-di-pacco-di-zucchero, da lì ho sviluppato l’idea di far conoscere “da dentro” il lavoro di corsia, tra vocazione e formazione, mansioni, responsabilità e interazioni con colleghi e genitori. Come una giornalista in erba, munita di smartphone, ho posto le 11 domande con un misto di emozione e curiosità. Io pedagogista redazionale/blogger e mia madre ex-infermiera pediatrica, pur nella diversità di termini, la nostra affinità formativa ha riguardato l’infanzia e sua evoluzione, più clinica/sanitaria nel suo caso. A margine troverete una selezionata bibliografia in materia e una riflessione personale sulle similitudini tra i due ambiti. Accolta la richiesta di mia madre per nome di fantasia, ciò che conta è la sua memoria lavorativa.

1) SILVIA: Ringrazio mia madre per la disponibilità e il tempo dedicati all’intervista, il cui obiettivo è far conoscere il suo lavoro “da dentro”. Vocazione, evento familiare: com’è nata l’idea di lavorare come infermiera?

Laura: Grazie a te Silvia, con queste risposte la mia memoria ripercorre gli anni in corsia. Iniziamo. La mia scelta dipendente da una motivazione personale è riconducibile ai 2 anni in cui da adolescente assistetti mio padre allettato a causa di una trombosi. Durante quel periodo decisi in cuor mio che in futuro avrei lavorato a supporto dell’altro come infermiera. Il vivere e vedere direttamente come figlia la sofferenza e il percorso paterno verso una guarigione che purtroppo non avvenne, mi spinsero verso l’ambito infermieristico dell’assistenza sanitaria.

2) S.: Parlami del percorso formativo teorico/pratico, come ti sei rapportata alle materie mediche? L’esame finale come terminò in termini di classifica e votazione?

L.: Il corso frequentato a Cagliari durò 2 anni per un totale complessivo tra teoria e pratica (a giorni alterni) di ben 1500 ore. Allo studio delle materie mediche mi applicai con costanza e impegno (non lavori certo su un manichino) su manuali veramente tosti di quasi mille pagine ciascuno, che tuttora conservo a casa e dai quali anche tu hai attinto per il tuo esame di Igiene in Scienze dell’Educazione. L’esame di fine corso ha riguardato le materie studiate e messe in pratica col tirocinio, eccone alcune: anatomia umana, fisiologia, patologia neonatale, riconoscimento dei ferri chirurgici, medicazioni varie, iniezioni, etc…Ricordo che, nel tirocinio alcune volte noi allievi siamo andati al Reparto di Chirurgia per vedere come si medicavano certe infezioni andate in suppurazione, per es.: imparare a usare la tintura di iodio. Eravamo 100 tra allievi e allieve, il mio esame finale ebbe la massima valutazione di 48/48 e mi classificai al 1° posto su 100.

3) S.: L’assunzione nel Reparto di Puericultura nel febbraio del 1972 segna l’inizio del tuo lavoro come infermiera pediatrica, domanda: chi elaborava i turni, quanti colleghi per ciascuno e cosa significa lavorare in corsia?

L.: L’assunzione definitiva in questo reparto arrivò dopo 6 mesi dalla fine del corso accennato in precedenza, pur classificata 1° sono stata l’ultima a entrare in ruolo. I turni elaborati dalla Direzione Sanitaria erano distribuiti dalla caposala nel seguente modo: l’assistenza era ripartita in più camere, ogni infermiere/a aveva la sua stanza di degenza per accudire i neonati malati provenienti dai vari ospedali della Provincia di Cagliari. La composizione numerica a turno era questa: la mattina (6-14) una “squadra” di 4-5 infermieri, al serale (14-22) e al notturno (22-6) 3 infermieri. Come lavoro non era tanto faticoso, l’accudimento e le cure verso un neonato variano molto rispetto all’adulto, per es.: anche in termini d’igiene.

4) S.: Ho visitato qualche volta il tuo reparto, appena l’ascensore arrivava al 3°p., ero subito immersa in un’atmosfera ovattata, nelle stanze colorate di rosa e celeste con personaggi dei cartoni animati vedevo tante culle e testoline sporgenti. Che cosa significa lavorare tra i neonati, il futuro della società?

L.: Significa provare ogni giorno tante emozioni, pensare che l’iniziale percorso della crescita di questi piccoli dipende dalle tue amorevoli cure e attenzioni, quasi come fossero gemme di cristallo, talmente delicati sono i loro corpicini. Quando arrivò la chiamata che mi aveva assegnato il Reparto di Puericultura, dissi tra me e me: “Speriamo non sia tra i bambini, ho un po’ di timore, non ho mai avuto a che fare con loro.” Poi pian piano mi sono abituata a lavorare e non avrei mai più cambiato per un reparto di adulti, anche per la questione che il paziente era piccolino e non gigante. Giorno dopo giorno, anno dopo anno, lavorare in questo reparto mi piacque molto, col tempo ho acquisito quel che si dice l’“occhio clinico”, tornatomi utile quando anch’io sono diventata madre.

5) S.: I turni che segnavi sul calendario erano: 6-14 (mattina), 14-22 (sera) e 22-6 (notte), due riposi dopo la notte e a volte la reperibilità, in cosa consisteva? Racconta com’erano scandite le ore e le mansioni.

L.: Ogni turno cominciava indossando la divisa (bianca nel mio caso), quindi si procedeva all’assistenza dei bambini nel seguente modo:

- Pesata ogni giorno e trascrizione delle variazioni su cartella (ogni neonato l’aveva), misurare la temperatura e trascrizione, bagnetto, medicazione ombelicale, segnare eventuali rigurgiti. Al turno serale niente bagnetti, solo 2 cambi e 2 trascrizioni di temperatura, somministrazioni di terapie (anche in altri turni), al turno notturno misurare 1 volta la temperatura che andava a completare il grafico in cartella assieme a vomitini e pesata. Dopo la medicazione ombelicale, i piccoli si poggiavano su fasciatoio in attesa di risistemare bene il lettino o l’incubatrice, quindi il neonato tornava al calduccio sotto la copertina e quello che aveva più problemini in incubatrice. Terminata questa fase di lavoro, i neonati dovevano mangiare, i biberon per i pasti erano numerati e arrivavano dalla cucinetta lattanti tramite l’ascensore direttamente al reparto, li mettevamo in frigorifero e al momento della poppata a scaldare in una bacinella. Per l’alimentazione, i biberon erano dati ogni 3 ore, quindi per ogni giornata erano 8 pasti, ai più piccoli un biberon anche alle 5 del mattino. Dopo il biberon, iniziava un’attenta osservazione per notare eventuali rigurgiti, ponendo i piccoli sempre di fianco, quindi puntuale arrivava la visita del pediatra che chiedeva se qualche neonato aveva mostrato casi di vomito, febbre o altro. Riguardo la reperibilità: ogni infermiere/a di reparto aveva 1 reperibilità alla settimana e dipendeva dal personale presente, ad es.: se smontavo alle 22 del turno serale e quel giorno ero anche reperibile, se chiamavano, dovevo andare, infatti una volta accadde che smontai alle 22, tornai a casa e alle 2 di notte mi chiamarono dal reparto e pur se assonnata, andai, era il mio lavoro. Fortunatamente possedevo la macchina, perché chi non l’aveva, non si segnava oppure erano i carabinieri ad accompagnare in ospedale. Nei casi in cui non stavo bene, dovevo subito informare la Direzione Sanitaria, che rimediava chiamando altra collega di riserva, altrimenti la collega che era con me in turno. Lavorare in puericultura richiede la massima responsabilità e scrupolosa attenzione, ricordo quanto disse l’allora primario Prof. Macciotta: “Care infermiere, a chi lavora in questo reparto non è come in un reparto di adulti, ha la galera sempre aperta, nel senso che, la responsabilità dell’assistenza è tutta nelle vostre mani.”

6) S.: In puericultura, oltre gli infermieri (personale paramedico) sono presenti anche altre professionalità, con le quali si crea un lavoro di squadra: caposala, primario, aiuto primario, pediatra, assistenti, ausiliari. Descrivi il ruolo di ognuno rapportato al tuo.

L.: La caposala è quella figura di coordinamento e organizzazione del lavoro di ogni singola/o infermiera/e, assegnando la stanza di degenza a ognuno. Il personale ausiliario non infermieristico era addetto alle pulizie e all’igiene degli ambienti di reparto. Certe volte, poteva capitare che, nella necessità di esami e/o visite specialistiche, i bambini li accompagnavo io o le colleghe, sia dentro il presidio pediatrico sia se tali esami richiedevano il trasporto in ambulanza all’ospedale Brotzu o al Marino (entrambi a Cagliari) o viceversa. Il primario di puericultura era il Prof. Macciotta, poi a seguire l’aiuto primario e altri assistenti medici ognuno con la sua stanza di degenza, il pediatra/neonatologo era il Dr Crisponi. Al primario, il personale infermieristico doveva rapportare tutte le variazioni sullo stato di salute di ogni bambino. Tra le varie figure c’era una sinergia dinamica, si lavorava bene, qualche volta poteva esserci qualche screzio, però nell’insieme, si procedeva nel migliore dei modi, soprattutto nell’interesse dei piccoli.

7) S.: Le culle del reparto hanno accolto anche neonati con particolari patologie e/o criticità, es.: idrocefalìa, ittero, labbro leporino, spina bifida, assenza visiva, Sindrome di Crisponi. Oltre le mansioni di reparto, cosa provavi emotivamente nella cura di questi bimbi?

L.: Curare e assistere questi bimbi speciali era una grossa responsabilità mista a tante emozioni. I neonati affetti dal labbro leporino (malformazione congenita del labbro superiore, leporino da lepus, oris=lepre) non riuscivano a succhiare il biberon autonomamente, di conseguenza dovevamo ricorrere al sondino naso-gastrico, iniettando lentamente il latte nello stomaco e ciò valeva anche per altre patologie infantili come le bronchiti con catarro: per non rischiare il calo di peso per mancanza di alimentazione si ricorreva a questo sistema. In questi 34 anni abbiamo avuto anche parecchi casi di neonati idrocefali, molti malformati, mi ricordo di uno che nacque senza un braccino, qualche neonato con problemi dovuti a spina bifida (malformazione congenita a carico del midollo spinale: le ossa del canale midollare (archi vertebrali) non si chiudono e quindi le sottostanti strutture possono fuoriuscire in un’ernia attraverso il canale osseo. Interessa le ultime vertebre lombari.) Una volta il reparto accolse un bambino che non era nato a Cagliari, la cui madre molto probabilmente aveva contratto la rosolia (malattia infettiva esantematica virale che se contratta nei primi mesi di gravidanza comporta seri rischi per il feto), al piccolo mancava il globo oculare, la cavità era vuota, esternamente si vedevano solo le ciglia, non nascondo facesse un pochino d’impressione, però bisognava assistere questi bimbi con tanto amore come tutti gli altri che avevano meno problemi. Per quanto riguarda l’ittero (colorazione gialla della cute, delle sclere e altri tessuti, causata da un eccesso di bilirubina in circolo verso il fegato), quello fisiologico insorge nelle prime ore della giornata, i neonati li mettevamo in fototerapia a luce bianca, che consisteva in una mascherina nera sopra gli occhietti, col pannolino e toracino fuori. Se i valori scendevano velocemente, i piccoli restavano 2 giorni e altri qualcuno in più, ciò dipendeva dai valori della bilirubina (salita/discesa) e di quanto era il valore all’inizio del trattamento. Per la fototerapia in uno spazio-fasciatoio si ponevano 4-5 bimbi, ognuno separato dall’altro da un rotolino (eventuali rigurgiti) e le mascherine di stoffa nera le realizzai su richiesta del Prof. Macciotta: sapendo che ero sarta, mi chiese il favore di prepararle per la protezione oculare dalla luce bianca, molto dannosa. Nei 34 anni in corsia un nostro medico scoprì una malattia genetica rara a cui diede il suo nome, la chiamò Sindrome di Crisponi, che presentava movimenti dismorfici. Bimbi con tale malattia provenienti dalla zona dell’Ogliastra arrivavano in reparto 1 ogni 4 anni. Purtroppo la diagnosi è infausta, non guarisce e a oggi non esiste una cura: i bimbi ricoverati vivevano da 1 settimana o 1 mese, il tempo massimo di sopravvivenza è stato di 7 mesi, ma fu un evento raro. Il 1° caso fu riscontrato negli anni ’70, la descrizione risale al 1996 e il medico pediatra/neonatologo Dr Giangiorgio Crisponi ebbe l’autorizzazione a pubblicare tale scoperta nei libri e riviste scientifiche a livello internazionale; alcuni casi si presentarono nell’area mediterranea e in Grecia. Dr Crisponi elaborò un fascicolo con tutte le caratteristiche anatomo/fisiologiche della sua Sindrome, che consegnò a noi infermieri/e, agli allievi e ai medici in tirocinio al reparto, per riconoscerla subito. Dr Crisponi presentò la sua scoperta genetica non solo in un Convegno a Capo Boi (Villasimius, Cagliari), ma anche all’Università La Sapienza di Roma, ricevendo il plauso di tutti i pediatri italiani.

8) S.: Con i genitori presenti negli orari di visita che rapporto avevi instaurato? Apprezzavano il tuo lavoro e la tua competenza?

L.: Per quanto riguarda il mio caso e la mia persona, i genitori erano molto contenti. Dopo un paio di giorni dal parto, le mamme venivano in reparto e potevano stare anche tutto il giorno e regolarmente allattare i figli ogni 3 ore. Il mio compito qui era di pesarli prima della poppata e ripesarli dopo, per vedere se il bambino aveva mangiato la quantità richiesta in base ai giorni. Lavoravo bene con i loro figli e i genitori di questo erano molto riconoscenti e educati.

9) S.: Il personale paramedico includeva infermieri pediatrici (tu e altri) e infermieri professionali: c’era qualche differenza nel mansionario? Es., medicazioni, igiene, cambi. Le interazioni tra voi com’erano, considerando le diverse età.

L.: Differenze vere e proprie nell’accudimento del neonato no. C’erano infermiere/i pediatriche/i e infermiere/i professionali, la differenza sta che i primi hanno seguito il corso solo per studiare il bambino, i secondi hanno studiato anche gli adulti e potevano lavorare ovunque. Praticamente, entrambi eseguivamo iniezioni, somministrazioni di tutte le terapie, aerosol, medicazioni varie, prelievi dal calcagno, igiene col bagnetto. Le interazioni tra non-coetanei andavano bene, solitamente la più anziana di servizio spiegava ai nuovi arrivati lo svolgimento delle mansioni giornaliere. Era un vero e proprio lavoro di squadra, se non seguivo bambini gravi, terminando il mio lavoro, potevo dare una mano in medicheria, preparare siringhe per iniezioni lombari, aspirazioni e somministrazioni di ossigeno.

10) S.: Il 35° anno da infermiera pediatrica l’hai svolto al Nido, dove tutto ha inizio… Cosa si prova ad assistere le partorienti e i futuri papà come si comportavano? Che emozioni ti ha dato quest’esperienza?

L.: Il nuovo primario greco del reparto di Puericultura ogni tanto mandava un’infermiera al Nido per assistere alla nascita in sala parto e toccò anche a me scendere dalla puericultura al S. Giovanni diretto dallo stesso primario. Per lavoro non ero mai stata in sala parto (come madre sì), inizialmente ero accompagnata da una collega del Nido più pratica di me. Per ogni nuova partoriente in arrivo, si predisponeva l’isoletta neonatale disinfettata, nato il piccolo, si poneva là sopra, subito il sondino per la respirazione, prendevo il bambino e lo portavo in puericultura per lavarlo, medicare tutto, aspirare. I futuri papà entravano in sala travaglio, però in sala parto non mi è capitato di vederne, seppure c’erano, magari indossavano una maschera e poi, a dirla tutta, alcuni papà erano molto fifoni  e rimanevano fuori. Una volta tornata in puericultura, sistemavo bene il neonato, quindi all’arrivo del papà gli mostravo il figlio già lavato e coperto, pronto per la culla. E’ un’emozione grande assistere direttamente alla nascita, ora che mi ricordo, una volta ci fu una partoriente e nacque un dialogo tra lei e me: “Infermiera, lei quanti figli ha avuto?” e mia madre: “Due”, la signora: “Io ne ho avuto ben 8” e mia madre: “Ha avuto tutto quel coraggio?” e la signora: “Si, l’ho avuto il coraggio.” Quella discussione tra mamme alla fine produsse un effetto di distrazione dal dolore, tanto che la signora partorì senza accorgersene. Entrare in sala parto (affianco c’era la sala operatoria per i cesarei) è un’emozione, ho assistito anche a parti col cesareo. E’ stata una bella esperienza, dopo 35 anni e 6 mesi (34 di corsia +1 nido) posso dire che, secondo me, si sarebbe dovuto lavorare prima un paio d’anni al Nido, per vedere esattamente la nascita e il capitolo assistenza, poi magari andare in Puericultura. Un fine lavoro di enorme arricchimento interiore.

11) S.: Forte della tua esperienza trentennale come infermiera pediatrica e madre di due figlie, potresti consigliare qualche “dritta” su vaccini, svezzamento, visite pediatriche e allattamento ai genitori dell’etere?

L.: Partiamo subito dal “capitolo” vaccinazioni, da iniziare dopo i 3 mesi. La profilassi verso l’infanzia è importante, come madre con libretto sanitario alla mano, ho rispettato le scadenze vaccinali di entrambe le mie figlie. Per quanto concerne lo svezzamento, esso dipende dal periodo in cui è nato il bambino, per es.: tu che sei nata in giugno, non potevo certamente svezzarti in luglio, bisognava attendere il periodo più fresco. Dopo i 3 mesi si poteva dare oltre il latte anche la farina lattea verso il 4° mese, in seguito si chiedeva al pediatra, quando più o meno bisognava dare qualche altro alimento. Le visite pediatriche sono molto importanti, per seguire l’evoluzione del bambino, che generalmente deve crescere 1 kg al mese, ma va bene anche 700/800 gr, basta che sia regolare. Se il bambino cresce meno di 400 gr. bisogna preoccuparsi e portarlo dal pediatra e indagare per quale motivo il bambino non cresce più di tanto. L’allattamento in pubblico, come dice il Papa “Ogni posto è valido per allattare, non si deve vergognare nessuno, è il gesto umano di una mamma verso suo figlio.” Una volta mi è capitato in spiaggia di vedere una mamma, che tranquillamente allattava la figlia: perché scandalizzarsi, l’assenza di tale gesto significa non voler bene al figlio nel momento in cui ha bisogno di mangiare. Per es.:, generalmente una mamma col neonato di pochi mesi non va al cinema, ma nel caso, se sentisse la necessità di dover allattare, esce, si siede in un angolo e tranquillamente lo può fare. L’allattamento è un gesto d’amore materno verso il proprio figlio, è una cosa normale, io non ho allattato né in casa né fuori.

SILVIA: Grazie per il racconto molto dettagliato sul tuo lavoro, reso per far conoscere come un’infermiera lavora in un reparto. Leggere le risposte mi ha molto emozionato.

LAURA: Rispondere alle domande mi è piaciuto molto, nonostante manchi dal reparto da 10 anni, è già tanto ricordare cos’ho fatto in questi 35 anni al servizio delle future generazioni. Grazie a te.

RIFLESSIONE: Educazione e Puericultura, da queste risposte emergono molte similitudini, questo principalmente perché? Si lavora a beneficio della persona/bambino, che si trova in uno stato di bisogno, di necessità, di cura e assistenza, il lavoro di squadra, la presenza di una caposala che richiama al coordinatore pedagogico nelle strutture, ascolto e capacità interattiva anche con i genitori. E ancora: cosa notate? La vocazione e la scelta di lavorare per l’altro dipendono (senza generalizzare) da un evento traumatico (malattia/assistenza del genitore) e si arriva all’obiettivo dopo tanto studio, tirocinio e impegno. Anche la mia vocazione è nata dal trauma assorbito della separazione genitoriale, una “palestra” formativa di vita, di resilienza, di ascolto non giudicante e capacità empatiche, un pluriennale “bagaglio” emozionale d’aiuto che ha forgiato più dei libri la mia predisposizione innata già per carattere al lavoro educativo.

*Un doveroso ringraziamento alla redazione del sito www.laretedellemamme.it/  per lo spunto tematico e aver inserito la mia paginaRedazione Pedagogicatra i collaboratori di contenuti.

 

Dr.ssa Silvia Ferrari

Pedagogista teorica, blogger educativa.

 

Bibliografia a tema collegata all’intervista.

* P. Maghella, “Incontri di accompagnamento alla nascita”, Red Edizioni 2013

* R. Spandrio/A.Regalia/G. Bestetti, “Fisiologia della nascita. Dai prodromi al post partum.”, Ed. Carocci 2014

* A. Valle/S.Bottino/V.Meregalli, “Manuale di sala parto”, Ed. Ermes 2006

* G. Barbieri/A.Pennini,La responsabilità dell’infermiere. Dalla normativa alla pratica.”, Ed. Carocci 2015

* P.C. Riotta,Introduzione alle scienze infermieristiche”, Ed. Carocci 2002

* V. Maglietta/V.Vecchi,Principi di neonatologia per il pediatra. Puericultura e pediatria neonatale.”, Ed. Cea 2001

* M. Perlman/H.M.Kirpalani/A.M.Moore,Neonatologia. Manuale pratico.”, Ed. Cic Edizioni Internazionali 2001

* G. Bartolozzi, “Pediatria. Principi e pratica clinica.”, Ed. Edra Masson 2013

* M. Martini,Aspetti medico-legali nelle scienze infermieristiche”, Ed. Utet 1992

* “Infermieristica in area materno-infantile, Ed. McGraw-Hill Education 2014

* P. Badon/S.Cesaro, “Assistenza infermieristica in pediatria”, Ed. Cea 2015

* L. Benci,Aspetti giuridici della professione infermieristica. Con ebook”, Ed. McGraw-Hill Education 2015

* B.K. Timby, “Fondamenti di assistenza infermieristica – Concetti e abilità cliniche di base”. Ed. McGraw-Hill Education 2011

* R. Negri,Il neonato in terapia intensiva. Un modello neuro psicoanalitico di prevenzione.”, Raffaello Cortina Ed. 2012

* T. Sanzo,Manuale per l’infermiere in terapia intensiva e cardio-chirurgia pediatrica.”, Ed. Del Faro 2014

* L. Murray/L. Andrews, “Il linguaggio prima delle parole. Come comunicare con i neonati.”, Ed. Mattioli 1985, 2012

* S. Oggioni, Il massaggio infantile. Una tecnica antica per il benessere del neonato., Ed. L’Età dell’Acquario 2016

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