Pedagogia etnica tra sviluppo e ricerca sul campo: viaggio di un antropologo nell’Africa educativa.

05.12.2016 16:45

Per lo spazio blog “Dialogica Educativa” sono lieta d’intervistare il Dr Francesco Fallacara, pedagogista, antropologo e autore editoriale. Un abstract biografico ci permetterà di conoscerlo meglio:

Francesco Fallacara, pugliese doc nato a Bitonto (Bari) dopo il conseguimento della laurea in Scienze dell’Educazione VO che lo qualifica pedagogista, arricchisce la sua formazione d’interessanti aggiornamenti professionali, che sono: due Corsi di Alta Formazione Permanente e Ricorrente rispettivamente in “Sociologia del Turismo, Sport e Tempo libero” e “Esperti in Processi Multi e Interculturali”, un Master in Criminologia conseguito nel 2007. Parimenti alla pedagogia cresce la passione per l’antropologia che lo porterà alla seconda laurea magistrale in Scienze Antropologiche e Etnologiche qualificandolo Antropologo/Etnologo. A livello di pratica educativa su territorio ha lavorato come: educatore professionale extrascolastico, tutor, consulente pedagogico, docente esperto esterno, pedagogista/admin presso una Coop, per arrivare a pedagogista e direttore di una scuola paritaria e “dulcis in fundo” autore editoriale di un saggio etnografico edito nel marzo 2016 dal titolo “Viaggio nel sistema educativo del Senegal. Alla scoperta delle Daaras e Cultore della Materia presso la Cattedra di Pedagogia Interculturale all’Università di Bari. Dal 2000 per ricerche educative “sul campo” si reca in Africa e precisamente in Senegal (Dakar) per analizzare le nuove tecniche pedagogiche in un paese in via di sviluppo. Il suo lavoro si sofferma sulle “Daaras”, scuole coraniche per l’infanzia, il cui resoconto si “trasforma” nel saggio citato sopra.”

 

1) Silvia: Ringrazio il collega pedagogista per il consenso all’intervista, nata in realtà da una mia richiesta e che da Francesco è stata accolta.  “Pedagogia etnica”, una locuzione creata ad hoc per il tuo excursus professionale, domanda: com’è nato l’interesse per l’Africa e nello specifico per il Senegal pedagogico?

Francesco: Il tutto nasce dall’ascolto appassionato e meditato di un artista-cantante giamaicano, nelle cui canzoni parlava, e con le sue musiche lo fa ancora, di libertà, amore, redenzione e molto di Africa…. “zio” Bob Marley, da ciò il passaggio è stato piuttosto facile, una vera amicizia con un africano (più di uno in verità). Quest’amicizia, che vanta circa 25 anni, perdura ancora e nel libro, ne racconto in modo sintetico gli elementi fondamentali con dei dettagli, che richiamano gli elementi classici di un “romanzo”, o preferisco definirlo come un “racconto narrato”. L’interesse per il Senegal nasce da questa profonda amicizia, che si è poi affinata con la mia prima esperienza in terra d’Africa nel lontano 2000, che da “esperienza estrema” a scopo turistico, si è trasformata in studio su temi educativi e pedagogici (studiavo pedagogia a quei tempi).  Ho sempre avuto un desiderio di metter piede in terra d’Africa ed ho sin dal principio cercato un connubio fondamentale per me: passione-professione. Unire l’utile al dilettevole. Un buon lavoro nasce se, ci si crede davvero e si ha passione nel farlo.

2) S.: Una ricerca “sul campo” in tutti i sensi, non solo educativo ma anche territoriale: il primo impatto con la cultura africana com’è stato?

F.: Dovrei tornare in dietro con la mente, ricordando l’ormai lontano 2000, quando, giovane studente universitario, mi recai in terra d’Africa per esplorare quanto di affascinante e di diverso questo territorio mi offriva e donava. Cosa non molto difficile, perché quelle sensazioni, oltre ad essere connaturate e radicate in me per tutti questi anni, sin dall’inizio dal primo “approdo”, ossia, dalla prima emozione percepita, le ho riprovate nell’ultimo viaggio del 2014 (per la realizzazione del mio lavoro). Una ricerca sul “campo” richiede una sublime e totale immersione del mondo in cui ci si catapulta, attraverso una compenetrazione immediata e soggettiva. Veramente tutti, ma proprio tutti i “sensi” sono stati “vittima” del cosiddetto “mal d’Africa”. Colori, odori, gusti, contatti e suoni… Se nella vita per qualunque esperienza, ciascuno di noi riesce a sperimentare tutti i sensi contemporaneamente, allora credo che non si possa che attribuire a questa esperienza un valore molto positivo.

3) S.: Parlaci delle “Daaras”, le scuole coraniche per l’infanzia: quali punti in comune hai riscontrato con le scuole italiane?

F.: Preciso che le “Daaras” sono sì, scuole coraniche, ma non necessariamente relegate al mondo dell’infanzia. Nel libro parlo del sistema educativo senegalese in generale e non solo; approfondisco quello prescolare nello specifico. La differenza marcante di sicuro è l’impronta data all’insegnamento moral-religioso, che spicca su qualunque attività venga svolta nelle diverse scuole, siano esse moderne che scuole propriamente “coraniche-tradizionali”, denominate appunto “Daaras”. Come affermavano gli antropologi, rispettivamente il britannico Evans-Pritchard prima e lo statunitense  Clifford Geertz poi (quest’ultimo morto solo nel 2006), occorre conoscere le “differenze” piuttosto che le “uguaglianze”.  Partirei da un’analisi delle differenze etnoantropologiche culturali e sociali e, in seguito, sviluppare un confronto inevitabile con qualcosa a noi di più famigliare, affrontando quindi i punti in comune. Rispondendo alla tua domanda ti dico: l’elemento caratterizzante e più rilevante è quello morale-religioso come elemento “differente”; mentre quello che maggiormente si cerca di rendere simile al sistema scolastico italiano è la tendenza a regolamentare e organizzare il lavoro didattico, cercando di modernizzare le tecniche (e gli strumenti) pedagogici, didattici e formativi alle nuove necessità che il mondo globalizzato richiede o almeno in questi territori si rendono “conoscibili” e maggiormente fruibili rispetto al passato, riferendomi alle tecnologie in genere. Parlare delle “Daaras” in una sola domanda, significherebbe ridurre il tutto in un sunto poco chiaro. Una parte del volume chiarisce da un punto di vista storico e religioso l’importanza di tali strutture, mentre la seconda è totalmente dedicata all’osservazione diretta di sei “casi studio” “Daaras” (scuole o centri di formazione coranica), dove si possono comprendere meglio le sfumature e le diversità tra queste realtà.

4) S.: Com’è stata accolta la tua ricerca, quanto è durata e di quali strumenti/metodi pedagogici ti sei avvalso?

               F.: Parto dagli strumenti/metodi da me adottati così mi collego subito alla domanda precedente. Per svolgere una ricerca sul campo, attraverso lo “studio di casi”, occorre adottare delle pratiche tipiche della ricerca etnografica. L’utilizzo di strumenti di supporto come macchina fotografica, registratore, video camera, block notes, ecc.., che sono elementi fondamentali e imprescindibili per fare ricerca qualitativa in genere, non può esimersi dalla tecnica per eccellenza dell’“osservazione partecipante”, tipica dell’antropologia, dove occorre soggettivamente partecipare in maniera empatica nel contesto e, allo stesso tempo, osservare in maniera obiettiva e distaccata la realtà di studio. Parlo di metodologia antropologica ma vale anche per quella pedagogico/educativa. La mia ricerca in certe situazioni è stata accettata in modo positivo, anche se alcune sfumature bisogna evidenziarle per ciascun caso affrontato. Questo si potrebbe facilmente capire dalla lettura del libro; in altri ambienti, quelli più tipici e “autoctoni”, la mia presenza recava dei “problemi” di accettazione. Di riflesso la mia ricerca recava difficoltà ai “gestori” (denominati Marabout) delle “Daaras”, ad accogliere la mia presenza. Spesso invece, le motivazioni che adducevo sulla validità e la necessità di conoscere un ambito poco conosciuto e studiato in un contesto, quello senegalese, totalmente diverso dal modello-sistema istituzionale “occidentale”, portava gli stessi “gestori”, inizialmente restii e scontrosi, ad intraprendere un dialogo e confronto costruttivo con me.

5)   S.: Gli enti locali di Dakar sono stati collaborativi? Cioè, hai avuto difficoltà a entrare nelle loro scuole, il rapporto con docenti e discenti è stato positivo?

              F.: Come appena detto, alcuni “enti locali” sono stati collaborativi e disponibili, altri meno, altri ancora rifiutavano totalmente la mia presenza. Una volta “conquistata” la loro fiducia, il gioco era fatto; il rapporto con il personale docente e/o ausiliario interno, in un contesto educativo, si reggeva su di una collaborazione serena in alcune, e di semplice e breve “convivenza”, in altre. Il rapporto con i discenti è sempre stato particolare e indimenticabile, anche se fugace, superficiale e momentaneo, dovuto dal tempo e dalle circostanze.

           6) S.: Oltre la ricerca “sul campo” in approfondimento ai tuoi studi, cosa ti ha lasciato l’esperienza educativa africana a livello interiore?

                F.: Potrei dilungarmi molto, ma vorrei rispondere con una semplicità unica e “educativa” nel suo complesso: la voglia di conoscere e la spontaneità dei tanti sorrisi dei bambini, nonostante la situazione precaria in cui si viveva, si formava e studiava. Poche parole a buon intenditore.

7)  S.: La tua esperienza in Senegal l’hai “trasformata” in un saggio narrativo in forma di diario: perché hai sentito il bisogno di raccontarla?

F.: Ho un legame speciale con la terra senegalese e nel libro ho voluto unire l’esperienza etnografia e l’analisi educativo-pedagogica, a un racconto di vita che risale dagli inizi degli anni 90’, quando, come già detto prima, conobbi un ragazzo senegalese, oggi caro amico. L’idea di scrivere il libro nasce dalla mia volontà di realizzare in un unico lavoro, anni di esperienza professionale come Pedagogista e, in seguito, da Antropologo, con l’obiettivo di svolgere una ricerca sui servizi per l’infanzia, analizzando e confrontando le strutture prescolastiche e educative, attraverso un approccio metodologico osservativo e interattivo con i diversi attori sociali operanti a Dakar (Senegal) e, non di minore valenza, il voler raccontare per grandi linee, il mio legame profondo con la popolazione di questo paese. Trasformare un puro saggio in una narrazione sotto forma di diario, non è stata casuale (anche se all’inizio lo è stata per le diverse vicissitudini riscontrate, e nel testo le chiarisco benissimo), ma ho voluto mettere in risalto come ‹‹Il tempo della scrittura, come quello della ricerca, non è mai né simultaneo né immediato››. Ho preferito “descrivere” (etnografia significa appunto descrivere) la mia esperienza di “viaggio” accompagnando il lettore per mano (come un buon pedagogista fa) nelle molteplici difficoltà riscontrate, come nelle diverse esperienze vissute in terra d’Africa, partendo sin dalla mia “poltrona” di casa, da quando ho iniziato a scrivere, sotto forma di diario di bordo, tutto ciò che mi accadeva. Questo per evidenziare come una ricerca etnografica sia di sicuro il frutto di conoscenza e di descrizione di una cultura “altra”, ma spesso un racconto di vita espresso attraverso l’uso metodologico del diario quotidiano (papier de bord). Questa mia “metodologia” nel raccontare qualcosa, è stata voluta per mettere in risalto come un’etnografia debba essere svolta. Ho inserito, mentre raccontavo l’esperienza di chi viaggia per studio, tutte le “pietre miliari” della metodologia della ricerca antropologica, senza far pesare al lettore le classiche definizioni statiche che spesso si riscontrano nei manuali classici. Ho spiegato attraverso il racconto (la chiamo “parte romantica” del lavoro), le incognite e gli elementi essenziali che un ricercatore per studio si accinge sul campo, deve affrontare, in modo chiaro e pragmatico. Ed è solamente grazie al descrivere ciò che ho osservato nei diversi contesti che ho potuto realizzare la mia volontà di rendere fruibile la conoscenza delle realtà africane (Daaras), ad un pubblico più ampio, attraverso la mia singolare esperienza. Forse un buon “sussidio”, utile e pratico, per chi vorrebbe affacciarsi al mondo educativo africano, nello specifico quello senegalese, attraverso lo stile etnografico.

8) S.: Pedagogia italiana e Pedagogia africana, due mondi e modi d’intendere l’Educazione: cosa l’una può insegnare all’altra e viceversa?

F.: Una domanda piuttosto impegnativa da poter argomentare in breve e in modo sintetico, meriterebbe un’attenzione e una discussione molto più ampia. Mi sento semplicemente di dire che la Pedagogia, nel suo significato generale, dovrebbe essere universale, ma commetterei un errore di base (come già fatto da molti studiosi in passato in questa e altre discipline), ed escluderei l’elemento fondamentale del mio interesse: la differenza culturale. Ed è proprio questa “differenza”, tra le diverse culture che deve farsi pedagogica. Le pedagogie africane, come quelle italiane sono tante, come tanti sono i vissuti culturali di ciascuna popolazione. La pedagogia oggi, nei paesi “occidentali” si avvale molto di sussidi tecnologici di supporto. Questo potrebbe essere un valore aggiunto che l’Africa tentenna tuttora ad assorbire per svariate motivazioni. Nello specifico la realtà educativo-formativa africana senegalese, è vista superflua e poco modernizzata, pur essendo uno dei sistemi tra i migliori di tutta l’Africa Occidentale. Di riflesso da sola questa tecnologia non basta se l’uomo (intendo per uomo il genitore, il maestro, colui che guida il discente), non è più in grado di accompagnare le piccole menti verso una crescita che sia al tempo stesso sociale e individuale, globale e particolare, collaborativa e creativa, quindi aperta alla molteplicità delle culture. L’Africa, e con essa la sua pedagogia, potrebbe dare al mondo occidentale il vero significato di un approccio morale alla vita di tutti i giorni. Perché solo apprezzando, valutando e rispettando giorno per giorno chi ci è “vicino” e “lontano”, si potrebbe parlare del vero compito che lo studio delle culture dovrebbe svolgere: «quello di non limitarsi più alla conoscenza di realtà chiuse, circoscritte, localizzate e tradizionali, ma cogliere le vite umane nel loro ambiente, il quale non possiede più quegli aspetti localizzati e localizzabili di una volta. Mettere in rilievo le connessioni esistenti tra le realtà locali e ciò che fa di queste delle realtà aperte alle influenze del mondo».

9)   S.: Dall’anno accademico 2016/2017 sei “Cultore della Materia” per la Cattedra di Pedagogia Interculturale all’Università di Bari. Chi è e cosa fa un Cultore della Materia, oltre a far parte della Commissione in sede d’esami?

                  F.: Sì Silvia, da quest’anno accademico grazie ad una visione puntuale ed attenta da parte della gentilissima Prof.ssa Gabriella Falcicchio, titolare dell’ unica cattedra di Pedagogia Interculturale dell’Università degli Studi di Bari “Aldo Moro”, il mio volume è stato adottato ed inserito tra i testi di riferimento nel programma accademico 2016/2017, presso il Corso di Studio di Scienze dell’Educazione e della Formazione. “La volontà di rendere fruibile agli studenti un testo pratico, vissuto sul campo, che affronta temi educativi e interculturali con un marcato orientamento antropologico, può rendere questa disciplina maggiormente attraente e coinvolgente”, afferma la Prof.ssa Falcicchio. Il passaggio successivo, se così possiamo chiamarlo, è stato quello di essere un valido collaboratore della docente (il braccio destro), non il solo, offrendo il mio contributo pragmatico attraverso seminari, laboratori, esercitazioni, attività didattiche complementari e “lezioni”. L’essere “cultore della materia” naturalmente potrebbe aprire alcune prospettive quali: progetti, ricerche, eventuali successive pubblicazioni. Offrire agli studenti un’opportunità in più per apprendere un argomento tanto attuale, quanto specialistico e di “nicchia”, come asserito dallo stimato Prof. Ugo Fabietti dell’Università degli Studi di Milano-Bicocca, di “super nicchia” per la sua doppia valenza “educativa - antropologica” e di “confine”, cercando di rendere la materia stimolante. Per uno studio entusiasmante e ricco di “novità”, anzi di “diversità”, raggiungo il mio obiettivo, che è quello di affascinare, con il mio dire, raccontare e sapere, ciò che vi è di “differente”, e non solo quello che è a “noi” noto e famigliare. D’altronde, come in un’affermazione dell’antropologo Glifford Geertz, gli antropologi sono stati definiti, «mercanti di stupore», (citazione a cui tengo molto), per la loro capacità di ‹‹[…] rendere famigliare ciò che è esotico, […] contribuire a rendere esotico ciò che ci sembra famigliare››; questo grazie alla ricerca interculturale.

10) S.: Cosa c’è di Pedagogico nell’Antropologia e viceversa?   L’elemento in comune è senza dubbio la persona e la sua essenza.

    F.: Ho inserito una frase nel libro (nella pagina delle dediche), che sintetizza il concetto della tua domanda: ‹‹Se la pedagogia è l’arte di aiutare il bambino [l’uomo in genere aggiungo] a crescere e svilupparsi basandosi sulle proprie capacità, nella pedagogia è concentrato il meglio di ogni cultura›› (Padre Renato Kizito Sesana). Considerando la cultura e l’uomo alla base dello studio dell’antropologia, l’intruglio è combinato. Ed è questo che è alla base delle mie motivazioni a intraprendere studi di questo genere.

Silvia: Ringrazio ancora il collega pedagogista per aver dedicato tempo e disponibilità, facendo conoscere la Pedagogia dal suo punto di vista etno/antropologico.

Francesco: Ti ringrazio Silvia, che mi hai dedicato il tuo prezioso tempo e la tua disponibilità. Ritengo che di prezioso ci sia la possibilità di aprire dialoghi anche con persone che non si conoscono bene come tra noi due. Le tue domande mi stimolano ad andare avanti sul mio punto di vista etno-pedagogico e che certi “messaggi”, debbano essere acquisiti e resi pratici da chi legge interviste come queste. Il nostro “compito” pedagogico è quello di guidare e indirizzare il prossimo, verso un senso critico e costruttivo del mondo che si sta formando, anzi che è già in essere, ma che rifiutiamo di accettarlo: un mondo e una società ormai interculturale e multiculturale. Grazie ancora.

 

Dott.ssa Silvia Ferrari

Pedagogista redazionale, Edukablogger.

 

 

 

 

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