La resilienza e il suo excursus critico nella vulnerabilità psicofisica: processo, caratteristiche e “tutori”.

15.02.2017 20:10

“E quando pensi, che sia finita, è proprio allora che comincia la salita… Che fantastica storia è la vita.”

Quale miglior finale di tesi di laurea potei scegliere, se non questa strofa di Venditti, che ben si “sposava” con l’intera redazione incentrata sulla resilienza? La stessa strofa qui apre il mio articolo, che analizza il processo resiliente nei suoi step di risalita. Proseguendo, ecco due successivi input tematici dipendenti da eventi vissuti (uno realmente e l’altro riportato dall’antologia epica greca):

 

Se sono psichiatra,

è evidentemente a causa della mia infanzia!

Bisogna avere un conto da regolare

per fare questo mestiere.”

- Boris Cyrulnik – neuropsichiatra, etologo

 

L’educatore è un guaritore ferito diceva Carl Gustav Jung – psichiatra e psicoanalista.

 

Le riflessioni appena lette furono elaborate da due figure di primo piano della cultura psico/evolutiva internazionale: il primo, Cyrulnik preso in prestito il termine resilienza” dalla fisica, parlò con cognizione vissuta di causa, rimasto orfano dei genitori sotto il periodo nazista, nascosto sotto falso nome da una parente, intraprese il lungo cammino resiliente verso la “ricostruzione” della sua vita. La sua esperienza diretta del dolore fisico e mentale ha costituito un “bagaglio” esperienziale tornatogli utile nella scelta degli studi in aiuto alla persona, elaborando il concetto di navigare sui torrenti” per “aggrapparsi” e risalire anche a fatica e farcela. Il secondo, Jung noto per aver teorizzato la psicologia analitica o “del profondo” e per il suo distacco dalle concezioni di Freud, citò quella frase facendo riferimento al centauro Chirone, che ferito da una freccia di Ercole, imparò il significato di sofferenza e cura. Il concetto spostato sul piano letterale significa: chi ha vissuto e superato un disagio sotto qualsiasi forma, nel suo percorso di recupero è in grado di aiutare l’altro. Quali sono le caratteristiche resilienti che sottendono tale percorso? Come già detto, la resilienza è un termine proveniente dalla fisica e indica la resistenza dei metalli agli urti: spostando tale definizione in campo socio/pedagogico è quella capacità che “cresce” in sordina ed “esce allo scoperto” in concomitanza di eventi critici (chiamati “marker events” dal noto teorico dell’identità Daniel Levinson) facendo “ricorso” a risorse inaspettate. Perché il processo resiliente si avvii, dev’esserci una forte motivazione di fondo al recupero, al miglioramento in pensieri e azioni: un evento critico negativo “trascina” in fondo al “tunnel” oltre il quale c’è buio, il vuoto… A quel punto, si può solo risalire con una “scossa” emotiva che ci “direzioni” in altro “binario”. La criticità (dal greco krisis= crisi, scelta) di un evento non è da intendersi solo al negativo, anche al positivo vale, faccio qualche esempio: l’attesa della laurea ci mette in crisi, in questo caso, la chiusura del percorso formativo per poi ripartire verso altri lidi comporta la scelta di discutere il nostro elaborato e fino all’ingresso in sala commissione si ha la sensazione dello “stomaco chiuso” o “nodo allo stomaco”. La tensione verso qualcosa d’importante e di snodo nella nostra vita si “scarica” a livello gastrico, infatti in diversi articoli che ho avuto modo di leggere, lo stomaco è definito il “secondo cervello”: arrivati al finale di una scelta di vita, studio e/o lavoro, la tensione scompare. Si va in crisi nei preparativi per un matrimonio, un nuovo lavoro o la sua perdita, la fine di una relazione (sia normale che malata), la separazione coniugale/genitoriale, un lutto, cattive compagnie, episodi di bullismo/cyberbullismo, emarginazione sociale e potrei continuare…

La resilienza è diversa in ogni persona, così come gli eventi critici vissuti, di conseguenza anche le sue caratteristiche costituenti se presenti sono in misura maggiore/minore e ne determinano gli step di risalita. Ecco l’allegria, un atteggiamento in chiave positiva è già un input iniziale per allontanare la tensione di un evento; la creatività, l’evento critico genera caos e confusione, cerchiamo di “dirottarla” verso obiettivi da raggiungere e ancora, indipendenza intesa come distanza emotiva dai problemi e situazioni stressanti, che non vuol dire isolarsi del tutto dagli altri (soprattutto se si cerca aiuto); iniziativa, approccio personale da cui partire, per comprendere gli eventi e controllarli, per quanto possibile; interazioni, data da una fitta “rete” prodotta da rapporti familiari e personali grazie alla comunicazione verbale e paraverbale: la società altro non che una enorme “rete” interattiva tra vari “attori” (Goffman docet); introspezione, agli albori della psicologia era il primo metodo d’indagine e il senso è rimasto invariato ancora oggi: “leggere” l’anima per interrogarsi sugli eventi (un po’ come trovare l’essenza o “nocciolo” del problema) e la morale, i valori di una società in un determinato periodo storico e che ogni individuo farà propria sulla base delle sue scelte di vita. Le caratteristiche appena descritte nel costruire la resilienza aiuteranno a: creare sani rapporti interpersonali, guardare all’ostacolo come uno sprint verso nuove mete magari inesplorate fino all’evento “marcatore”, accettare che la criticità di una situazione produca cambiamenti significativi, mai perdersi d’animo, “canalizzare” le proprie energie verso obiettivi graduali, accrescere autostima e positività, imparare a crescere ripartendo anche dal negativo di evento. Queste caratteristiche sopra citate favoriscono la “produzione” dei “tutori”, elementi cardine nella “costruzione” reale del percorso resiliente, eccoli: la socializzazione con l’asse dialogo-ascolto-empatia tra operatore e resiliente permette l’“uscita dal guscio” attraverso anche il racconto autobiografico dell’evento traumatico subìto che, nel gruppo di ascolto o la famiglia sarà accolto senza giudizio né condanna. I “tutori” interiori (risata, buonumore, il sonno) hanno il compito di supportare gradualmente il resiliente a rivedere la “luce del sole” dopo il buio del tunnel. L’evento critico intra/extra-familiare genera oltre la criticità anche un senso di vulnerabilità (dal lat. vulnus=ferita, lesione) psicofisica, ci si sente deboli e senza forze interiori, pensando magari che, la propria “guarigione” non arriverà o non si troverà supporto adeguato sia in termini d’affetto sia di reti sociali integrate. Il vissuto e il decorso di un trauma all’interno di un nucleo familiare coinvolgono tutti i suoi componenti e il percorso di resilienza inizierà a “tracciare la strada” in ognuno nel momento esatto in cui il “fondo” purtroppo è raggiunto…Vi porto a comprensione la mia resilienza post separazione genitoriale, ne parlo tranquillamente e come esempio. Dopo 10 anni di matrimonio, i miei genitori entrambi infermieri si separarono (non dirò il perché) ed erano molto giovani, mia madre 34 anni e mio padre 36, io avevo 9 anni e mia sorella 2. Una famiglia serena e felice, poi giunse la separazione giudiziale preceduta da un percorso di mediazione familiare, che non risolse le divergenze tra i miei genitori e ciascuno di noi “pagò il suo prezzo” in termini di crescita e “tessitura” interattiva in ambito sociale. I miei che “prezzo” pagano tuttora a distanza di trent’anni e più? La solitudine, certo ognuno ha la sua rete amicale ma, per quanto ci si circondi di persone, “dentro” saranno sempre soli. Il mio carattere e la personalità ne sono usciti rafforzati e forgiati, la mia vocazione all’aiuto del disagio è nata a 9 anni (ma non potevo saperlo, ora sì), ho sperimentato sulla mia “pelle” interiore la risalita, il recupero, varie emozioni che mi han “adultizzato” nelle responsabilità familiari prima del tempo: ho acquisito presto la mia autonomia, andavo da sola a scuola e far la spesa, portavo mia sorella al mare e in altre uscite, io piccola accudivo altro minore facendole da “scudo sociale” di protezione sia fisica (es. lei alla parte del muro e io esterna, durante le uscite) sia emotiva. La vita è proseguita negli anni, sono cresciuta e ho fatto “tesoro” di quest’evento familiare e della resilienza conseguente, ho vissuto il trauma della separazione genitoriale, che nel percorso evolutivo ho superato e ha naturalmente indirizzato a studi pedagogici. Chi scrive di educazione e temi “delicati” non può prescindere dal suo “bagaglio” di vita emotiva ed esperienziale, “ringrazio” tra virgolette questa resilienza, nella sofferenza ho cercato e trovato la forza per il recupero interiore. Come ho scritto all’inizio, l’educatore è un guaritore ferito: sia che si intraprenda un percorso di studi previa vera vocazione e predisposizione caratteriale (come nel mio caso) e sia che no, ognuno di noi che sperimenta un trauma che lascia "tracce" visibili e non, apre la strada alla resilienza e riesce gradualmente a guarire, può definirsi un Educatore: vivi, supera e insegna.

Dott.ssa Silvia Ferrari

Pedagogista teorica, blogger educativa.

 

Bibliografia consigliata sull’argomento.

 

1.    Malaguti E./Cyrulnik B., “Costruire la resilienza. La riorganizzazione positiva della vita e la creazione di legami significativi.”, Erickson 2005

2.    Froma Walsh, “La resilienza familiare”, Raffaello Cortina 2008

3.    Malaguti E., “Educarsi alla resilienza. Come affrontare crisi e difficoltà e migliorarsi.”, Erickson 2005

4.    Inguglia C./Lo Coco A., “Resilienza e vulnerabilità psicologica nel corso dello sviluppo.”, Il Mulino 2013

5.    Milani P./Ius M., “Educazione, pentolini e resilienza”, Kite Ed. 2011

6.    Di Lauro D., “La resilienza. La capacità di superare i momenti critici e le avversità della vita.”, Xenia 2013

7.    Zolli A./Healy A.M., “Resilienza. La scienza di adattarsi ai cambiamenti.”, Rizzoli 2014

8.    Laudadio A./Mazzocchetti L./Fiz Perez F.J.,Valutare la resilienza. Teorie, modelli e strumenti.”, Carocci 2011

9.    Torsello L., “Resilienza. Ricominciare sempre.”, Youcanprint 2016

10.  Monetti S., “Resilienza”, Mreditori 2014

11.  Bertetti B. (a cura di), “Oltre il maltrattamento. La resilienza come capacità di superare il trauma.”, Franco Angeli 2008

12.  Casula C., “La forza della vulnerabilità. Utilizzare la resilienza per superare le avversità.”, Franco Angeli 2011

13.  Short D./Casula C., “Speranza e resilienza: cinque strategie psicoterapeutiche di Milton H. Erickson”, Franco Angeli 2004

14. Putton A./Fortugno M., “Affrontare la vita. Che cos’è la resilienza e come svilupparla.”, Carocci 2006

15. Rozenfeld A./Granieri (a cura di), “La resilienza. Una posizione soggettiva di fronte alle avversità. Prospettive psicoanalitiche.”, Frilli Ed. 2014

16. Bonfiglio N.S./Renati R./Farneti P.D., “La resilienza tra rischio e opportunità. Un approccio alla cura orientato alla resilienza.”, Alpes Italia 2012

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