Educatrice in colonia estiva marina: la mia esperienza “sul campo”.

18.09.2016 20:33

Era l’estate del 2009… Come ogni anno e quotidianamente, “spulciavo” i siti di lavoro alla ricerca di un’esperienza educativa: laurea e qualifica acquisita a parte, ciò che contava era lavorare, per incrementare il “bagaglio” formativo e imparare a relazionarmi con altre figure presenti, cioè all’equìpe. I miei lavori in ambito pedagogico sono stati sì saltuari ma, ognuno è stato come la “tessera” di un mosaico, che man mano andava a “costruire” la mia essenza reale per l’altrui supporto. Dopo la mia laurea ante-riforma in Scienze dell’Educazione V.O. quadriennale mi sono attivata e prima di giungere al lavoro occcasionale in colonia, ho svolto: un tirocinio di 5 mesi in baby parking privato nel cagliaritano come assistente all’infanzia (con attestato e scheda di valutazione), varie esperienze come educatrice domiciliare (tata) per piccoli in età 0-2, educatrice volontaria per centro infanzia (minori con vissuti familiari problematici), quindi educatrice in colonia marina, l’ultima mia esperienza “sul campo”, dal 2013 mi occupo online di divulgazione educativa in qualità di blogger. Torniamo a noi. L’annuncio in questione proveniva da una cooperativa del Nord Sardegna, che gestiva una colonia estiva per minori, io rispondevo da Cagliari: dopo alcuni giorni salgo in treno per il colloquio con una pedagogista e mi spiegano il lavoro. Da bambina non sono mai stata né in colonia marina né montana e con quell’esperienza ci sarei entrata come educatrice. Il mio impegno condiviso con altra educatrice esperta in colonie è durato 10 giorni nel mese di luglio, ma tanto mi è bastato per comprendere il lavoro di equìpe con animatori, educatori (con tanto di riunioni notturne), infermiera e naturalmente il gruppo di minori (8-12 anni). Arrivo qualche giorno prima e finchè non giunge il gruppo, gli educatori dormono in camerate e in sala mensa si mangia allo stesso tavolo: quando poi i minori arrivano, gli educatori sia in camerata sia in sala mensa stanno con loro. Il gruppo misto dei minori giunge una mattina a bordo di un pulmino comunale, io prendo in gestione i maschietti, ciascuno col suo bagaglio e il cellulare. Sveglia alle 8, poi una suonata da bersagliere dà il buongiorno a tutta la struttura e di corsa si deve scendere nell’immenso spazio comune, su cui si affacciava la sala multimediale degli educatori. Riscaldamento con un balletto e poi via alle colazioni: in quei giorni ho imparato le preferenze dei ragazzi e delle ragazze. In sala mensa sia io che l’altra educatrice ci sedemmo all’inizio del tavolo in senso opposto, per meglio controllare il momento del risveglio tra latte, cappuccini, caffè, thè e brioche. Iter di suonata e risveglio quotidiano sempre gli stessi, così come i due animatori che preparavano su giganteschi cartelloni il programma di ogni giornata fino a sera con i giusti orari (ore in spiaggia/piscina, laboratori, uscite, docce, mensa, etc), tutti a incastro per non perdere tempo e non permettere al gruppo di farsi prendere dalla noia. Nel corso dei giorni, tra queste attività programmate e alcune no, tipo giocare a basket, la noia comunque arrivò…Il pranzo ogni giorno era alle 13.30 e durava un’ora, poi in camera e alle 15 di nuovo attività tra musiche, giochi di società, cartelloni da realizzare e/o uscite in zona (anche al parco acquatico). Una volta un giovane del gruppo mi disse: “Ma Silvia, possiamo non andare? Dopo pranzo fa troppo caldo”, io pur condividendo il loro stato d’animo per una programmazione fatta da altri, gli risposi:“Fosse per me, vi avrei fatto riposare ma… Purtroppo il calendario delle attività non è fatto da me, perciò.” Quindi, dalle 15 alle 19 i gruppi nello spazio comune erano impegnati in laboratori creativi, giochi e merenda: i minori non potevano entrare nella sala multimediale degli educatori e animatori. Prima di colazione, pranzo, cena e nel dopo cena, noi educatori in fila orizzontale davanti al gruppo mio e agli altri di altri educatori con musiche a tutto volume, insegnavamo dei balli stile caraibico, ricordo uno per tutti: “Bomba… un movimento sexy..” e molti altri. La divisa degli educatori era una maglia creata ad hoc e calzoncini, mentre il gruppo dei minori aveva lo stile libero. Niente tv, solo maxi schermo per l’unica proiezione filmica fatta in prima serata post cena: “La fabbrica di cioccolato” e altre sere, balli di gruppo, il gioco della mela da prendere con le braccia dietro, che non piaceva al mio gruppo per motivi d’igiene. Verso le 23 accompagnavo i maschietti alle camere per il rituale del dormire, fatto ciò, scendevo in sala multimediale per la consueta riunione del personale (animatori, educatori, infermiera), si discuteva della giornata e si programmava l’indomani. Ogni giorno il mio impegno durava ben 15 ore, pagato poi poco e pure con le trattenute… In quei 10 giorni acquisii padronanza di ruolo e di spostamenti nell’immenso centro vacanze. Durante la mia permanenza, c’erano educatori e educatrici con più esperienza di me, alcuni di essi in rapporto di 1:1 seguivano bambini, adolescenti, adulti con problemi psichici o disturbi autistici, ciò perché quelle persone non andavano mai lasciate sole e tutta l’attenzione e le cure erano esclusive. Ricordo, di aver visto colleghi/e seguire autistici sia fuori sia in mensa. C’era un bambino autistico di 9 anni, che durante i pasti aveva lo sguardo assente, orientato verso l’alto: l’educatore maschio seduto accanto a lui aveva il quaderno con le tavole colorate indicanti oggetti e/o azioni da fare. Al termine di ogni pasto, quest’educatore faticò non poco nel prendere per mano il bambino e proseguire la giornata formativa. Prima di allora, non avevo mai visto da vicino soggetti autistici ed educatori assieme: un impegno notevole e costante sia mentalmente sia fisicamente. Dopo 10 giorni il gruppo partì e il mio impegno di educatrice in colonia terminò. Giorni intensi e anche stancanti, inutile nasconderlo: noi educatori raramente potevamo uscire e se accadeva, (per me 1 volta) si doveva stare nella zona della struttura, poiché i minori dormivano ed eravamo responsabili anche del loro sereno sonno col rumore delle onde del mare sugli scogli in sottofondo. Tutte le giornate erano sì programmate dagli animatori sui cartelloni, ma il coordinamento era svolto da una pedagogista, che aveva il solo compito di supervisionare l’andamento colonico (diciamo così). Quella fu la mia prima e unica esperienza in colonia estiva, cosa ho imparato? Lavorare in equìpe, partecipare alle riunioni, coordinare il mio gruppo anche senza essere seguita dalla collega più esperta, organizzazione, puntualità, imparare dalle critiche ricevute. 

Pur se lo studio ci qualifica in un determinato ruolo, ben vengano le esperienze educative anche con altri: non si “tradisce” l’educazione in nessun modo, si rimane sempre al suo “interno”.

 

Dott. ssa Silvia Ferrari

Pedagogista redazionale, Blogger.

 

 

Bibliografia collegata di approfondimento.

 

        - P. Borriello, “Il centro estivo. Progettare attività educative e ricreative per sviluppare le intelligenze”, Edizioni Enea, 2015

        - D. Demetrio, “Educatori di professione. Pedagogia e didattiche del cambiamento nei servizi extra-scolastici”, La Nuova Scuola, 1990

        - Crisafulli,/Molteni/Paoletti/Scarpa/Sambugaro/Giuliodoro, “Il “core    competence” dell’educatore professionale”, Edizioni Unicopli, 2010

        - Bellisario/Sidoti, “Professione Pedagogista. Fondamenti Scientifici e Normativi”, Piccin, 2014

         - E. Gasperi, “La comunicazione nella formazione dell’educatore”, Cleup, 2012 

          - R. Occulto, “Il lavoro di educatore. Formazione, metodologia, nuovi scenari sociali”, Carocci Faber, 2007

          - M. Pedrazza, “L’educatore extrascolastico. Capire e utilizzare le variabili di personalità”, Carocci Faber, 2007

 

 

 

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