Autismo infantile: una pedagogista a scuola racconta il suo intervento.

05.11.2015 19:00

Vocazione, passione, empatia, impegno, costanza – sono le parole “chiave” del libro "I passi di Andrea - Una storia di autismo" scritto dalla pedagogista e insegnante di sostegno Patrizia Gerbinoche dopo essersi fatta “le ossa” in altri contesti socio-educativi ha cominciato il suo intervento in ambito scolastico nei confronti di un bambino autistico chiamato Andrea. Le parole “chiave” dell’autrice sottolineano come il lavoro educativo non sia alla portata di chiunque e da lì si comprende come una profonda e innata vocazione pedagogica unita alla passione siano la base, un input interiore a percorrere una “strada” irta di impegno e responsabilità ma foriera di grandi soddisfazioni per gli esiti che ne conseguono. L’autismo è un disturbo pervasivo dello sviluppo che si manifesta intorno ai 2-3 anni le cui cause a tutt’oggi sono incerte: alcuni autori parlano di anomalie cerebrali e raramente di cause ambientali e/o familiari (genitori, agenzie educative esterne) – in presenza di cambiamenti all’interno della famiglia però, anche i bambini autistici manifestano fastidio al variare della loro “routine”. Per capire se un bambino è autistico, lo specialista (pedagogista, educatore) fa uso della check list, una lista di indicatori comportamentali che si rilevano nel corso dell’osservazione, vediamone alcuni: isolamento, evitamento oculare, scarsa integrazione sociale, ridotta comunicazione, disturbi linguistici, ritardo nello sviluppo, scarsa propensione al cambiamento ambientale, comportamenti ripetitivi e stereotipati. L’autrice intervenendo su Andrea ha rilevato alcuni di questi indicatori e il programma educativo al quale ha fatto ricorso è il noto “Metodo Teacch” già in uso su Andrea prima del suo arrivo. Il Metodo Teacch consiste in un’integrazione di servizi che si fanno carico di “coprire” ogni momento della giornata di un bambino autistico e poiché l’autismo non ha una cura, questo metodo “pervade” tutta la vita, cercando di portare per quanto possibile a una normale autonomia individuale “strutturando” l’ambiente. L’autrice per comprendere Andrea è entrata in empatia col gioco: ogni educatore “nasconde” una parte di bambino per meglio comprendere gli altri: il Metodo Teacch non è sufficiente se alla base non c’è un’intesa educativa. L’intervento scolastico della pedagogista su Andrea è partito dalla seconda e fino alla quinta elementare attraverso varie metodologie didattiche: lavori di gruppo e uso di strategie visive per la comunicazione attraverso cartelloni che, con disegni permettevano ad Andrea di prevedere i vari momenti della giornata. Gli strumenti visivi compensativi sono di enorme aiuto, in quanto nella mente del bambino autistico regna il caos e mostrare figure esplicative e prevedibili gli rende un pochino agevole la comprensione. La strutturazione dell’ambiente è importante: esso deve adattarsi al bambino autistico per permettergli di usare al meglio le sue potenzialità e ciò mi fa ricordare una frase del prof. Reuven Feuerstein: La disabilità non è un limite ma un punto di partenza”. L’autrice pedagogista non ha fatto che questo: partire dalle residue capacità di Andrea per potenziarle verso l’autonomia: tutto ciò con impegno e costanza e i risultati sono testimoniati in questo bel libro. Morale che se ne trae: essere educatori non solo attraverso studio e competenza, ma anche con un carattere predisposto a questo “delicato” lavoro, avere un proprio “bagaglio” emozionale, che nell’aiuto verso l’altrui disagio vale più di tanti libri.


Dott.ssa Silvia Ferrari

Pedagogista
 

 

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